Dimagrire mangiando…si può

Pubblicato da Clarissa Vitale il

L’importanza di modificare lo stile di vita

Sempre più spesso ci capita di confrontarci con persone che vivono il peso ed il loro corpo in modo negativo. Orientando tutte le energie nella ricerca spasmodica della DIETA PERFETTA o dell’ultimo ritrovato erboristico o farmaceutico che promette grandiosi miracoli e soprattutto in poco tempo.

E’ però evidente, che per poter affrontare la gravosa problematica legata al sovrappeso e soprattutto all’obesità (ben il 37,1% della popolazione italiana risulta essere in sovrappeso, ed il 10,7% obeso, con una concentrazione maggiore nel sud Italia), non si può semplicemente indirizzare la nostra attenzione alla riduzione dell’apporto calorico, bensì dobbiamo porre maggiore rilevanza all’importanza del movimento inteso come qualsiasi attività fisica, ma soprattutto ai meccanismi psicologici coinvolti nell’alimentazione.

Ecco perché parlare di modificazione di stile di vita piuttosto che di dieta, implica una visione integrata dei fattori che influiscono sul modo in cui ci nutriamo e, che attraverso il sostegno fornito da diverse figure professionali (nutrizionista, dietista, dietologo, psicologo) può aiutare la persona che ha necessità di raggiungere un obiettivo legato al peso a sentirsi finalmente in una condizione di benessere.

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Le false credenze sull’alimentazione: cibi buoni e cibi cattivi                                      

Dai primissimi mesi della nostra vita, l’interazione con la figura genitoriale di riferimento rispetto alla modalità di alimentazione, influenzerà il rapporto che anche da grandi avremo con il cibo stesso.

Molto spesso, infatti, vi è una strumentalizzazione del cibo che di frequente viene utilizzato dal genitore come oggetto risolutivo dei conflitti nella relazione con il bambino. (Es: il bambino fa i capricci ed utilizzo il cibo per sedare l’emozione negativa). Ma soprattutto viene utilizzato come fonte di premio-punizione. (Es: “se fai il bravo ti do la cioccolata”, “se mangi un altro po’ di minestrone ti do la caramella”).

Tutti questi atteggiamenti disfunzionali portano il bambino a sviluppare l’idea per cui esiste una distinzione tra cibi che fanno male. Perché utilizzati come premio e dunque non sempre accessibili (che sono ovviamente quelli più appetitosi come i dolciumi). E cibi che fanno bene (che sono quelli meno appetitosi ad esempio come le verdure).

Con l’avanzare dell’età la società nella quale viviamo incrementa la lista dei cibi cosiddetti “da evitare” perché fanno ingrassare (pasta, pane, ecc..) ; si viene a creare così nel soggetto il desiderio irrefrenabile di controllare l’assunzione di questi ultimi al fine di non prendere peso o di perderlo. Ma la costante attenzione al controllo rispetto allo “sgarro” non fa altro che incrementare la perdita del controllo stesso. Questa dinamica crea a lungo andare il cosiddetto effetto yo-yo. Per cui dopo un periodo di restrizione alimentare in cui non mangio i cibi cosiddetti “da evitare” e perdo peso. Perdo il controllo e ne mangio in quantità maggiore rispetto a quella che avrei normalmente mangiato se non me ne fossi privato in modo estremo. (leggi anche: i 10 principi dell’Intuitive Eating)

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I danni delle diete restrittive

Molti studi scientifici degli ultimi 15 anni sono arrivati alla conclusione che: “nessuna dieta ipocalorica può farci dimagrire”. Sembrerebbe assurdo anche solo sentire pronunciare questa frase. Dopo che per anni ed anni le diete restrittive ed ipocaloriche sono state l’unica soluzione proposta dalla medicina per affrontare i problemi legati al peso.

Per capire meglio questo assunto proviamo a fare un esempio. Possiamo immaginare che il meccanismo di assimilazione e consumo possano essere paragonati ad una vasca. In cui il livello dell’acqua rappresenta la quantità ottimale di cibo assunto. Il getto del rubinetto rappresenta la quantità di alimenti che ingeriamo, mentre il foro di scarico ciò che consumiamo.

Chi basa la propria dieta su rigidi calcoli calorici ipotizza che il corpo sia l’equivalente di una macchina per cui basta ridurre il getto ed il gioco è fatto!!!

Nulla di più sbagliato: appena il getto diminuisce (restrizione alimentare), l’organismo reagisce stringendo il foro d’uscita in previsione di una possibile futura carestia. Con il risultato non solo di non dimagrire (a meno che non si riduca quasi fino ad annullare il getto del rubinetto), ma anche di rallentare il ritmo del metabolismo.

Quando il getto d’acqua tornerà ad essere normale, prima che il corpo riporti alle sue dimensioni normali il foro d’uscita, passerà del tempo durante il quale il corpo riacquisterà ogni piccolo grammo perso con un evidente danno fisiologico e soprattutto psicologico.

E’ inoltre fondamentale prendere in considerazione il ruolo estremamente importante se non fondamentale degli aspetti psicologici legati alla nutrizione; un corretto approccio alla modificazione dello stile di vita deve prendere in considerazione anche e soprattutto la valutazione del perché il soggetto in questione ha difficoltà a gestire il proprio peso, come utilizza il cibo a livello emotivo, che cosa significa per lui.

A tal proposito, la ricerca su pazienti in sovrappeso e/o con disturbo del comportamento alimentare compiuta presso il Centro di Terapia Strategica di Arezzo (Nardone et al…..vedere libro pag. 189), ha portato all’identificazione di tre tipologie di pazienti, connotati da specifici pattern di percezione e reazione nei confronti del cibo e del proprio corpo:

  1. Boteriani: per questi soggetti il cibo è puro godimento, mangiano continuamente in assenza di vere e proprie abbuffate; non si preoccupano del peso ma giungono all’attenzione clinica perché esortati dai familiari e/o dai medici preoccupati per la loro condizione di salute. Essi percepiscono il cibo e la sua assunzione come un piacere irrinunciabile;
  2. Carciofo: per questi soggetti il cibo ha una funzione compensativa o protettiva della possibilità di esperire sensazioni temute o avverse. L’essere sovrappeso rappresenta una sorta di corazza per lo più nei confronti di problematiche affettivo-relazionali. A differenza dei soggetti boteriani, i soggetti carciofo sono costantemente in lotta contro il cibo ed il grasso corporeo, sono ininterrottamente a dieta ma gli esiti sostanzialmente sono due: o non ci riescono oppure dopo un periodo di restrizione alimentare ricadono nella sintomatologia bulimica;
  3. Yo-yo: per questi soggetti la percezione del loro sovrappeso è assai negativa; infatti la reazione affettiva, cognitiva e comportamentale è quella di seguire una dieta rigida suddividendo i cibi in “buoni” e “cattivi”, ma proprio questa strategia si rivela nel tempo una soluzione che contribuisce al mantenimento del problema.
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Strategie per dimagrire mangiando                                        

La dieta giusta allora è la non dieta, ma un insieme di strategie e di accortezze che il soggetto deve mettere in pratica; ecco che qui si inserisce in modo prepotente la figura dello psicologo come sostegno per il paziente che deve imparare a gestire la perdita di peso in modo differente rispetto alle precedenti modalità utilizzate. Il lavoro sulla conoscenza di ciò che rappresenta realmente per noi il cibo e delle nostre dinamiche interattive con esso, ci aiuterà ad essere maggiormente consapevoli delle nostre scelte quotidiane rispetto a ciò che ci fa stare davvero bene o meno senza la costrizione mortificante di una dieta perenne. Attraverso interventi soprattutto di tipo cognitivo-comportamentali si andranno insieme al paziente a correggere le convinzioni erronee, a stabilire abitudini alimentari piu’ sane, a gestire la fame emotiva attraverso alternative di gestione dello stress.

Di seguito verranno elencate delle piccole regole che possono fare nel quotidiano però una grande differenza quando ci alimentiamo:

1)Pianificare l’alimentazione: decidiamo a priori cosa mangiare, quanto, quando, dove e con chi; la pianificazione oltre ad aiutarci nell’organizzazione della spesa ci permette di mantenere una maggiore aderenza al piano alimentare;

2)Sviluppare uno stile di vita attivo: anche delle semplici passeggiate quotidiane possono portare numerosi benefici piuttosto che la totale assenza di movimento;

3)Riduciamo gli stimoli: non lasciamo il cibo in vista ma riponiamolo in luoghi prefissati;

4)Prepariamo il cibo: cuciniamo l’esatta quantità di cibo preparando delle porzioni singole, non cuciniamo quando abbiamo fame, mastichiamo un chewingum mentre stiamo cucinando;

5)Serviamo il cibo: evitando di mettere i piatti da portata a tavola ma facendo già le porzioni giuste, usiamo piatti piccoli ed aspettiamo almeno 5 minuti prima di servirci una seconda volta;

6) Mentre mangiamo: facciamo piccoli bocconi e mastichiamo contando fino a 10, appoggiamo le posate tra un boccone e l’altro, non mangiamo in piedi neanche quando stuzzichiamo, concentriamoci sul sapore, consistenza e gusto di quello che mangiamo;

7)Dopo aver mangiato: evitiamo di rimanere a tavola per molto tempo sparecchiando subito dopo aver finito il pasto, spostiamoci dalla cucina magari bevendo il caffè in una stanza diversa!!

Ovviamente come dicevamo sopra molto spesso serve il sostegno di una figura professionale come lo psicologo per indagare quali sono le abitudini errate e le modalità disfunzionali che non ci permettono di rimanere in forma…..ma come abbiamo visto: DIMAGRIRE MANGIANDO….SI PUO’!!!!!

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Bergami L., Bossi M., Ongaro F., Rossi P.L., Speciani L., a cura di Nardone G., Valteroni E., Dieta o non dieta, Ponte alle Grazie, Trento, 2014;

Beck J., Dimagrire con il metodo Beck, Erikson, Trento, 2007;

Dalle Grave R., Perdere e mantenere il peso. Un programma di modficazione dello stile di vita basato sulla terapia cognitivo comportamentale, Positive Press, Verona, 2015.


Clarissa Vitale

Psicologa clinica specializzata in counseling psicologico, psicologia alimentare e disturbi specifici dell’apprendimento

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