Diabulimia: Diabete e Disturbi Alimentari

Cos’è la Diabulimia? Come si dimagrisce con la Diabulimia? Che danni può causare? Te lo spieghiamo nell’articolo.

Micaela Pelle

Micaela Pelle

  • Anoressia nervosa, 
  • bulimia nervosa, 
  • pica, 
  • disturbo da ruminazione, 
  • disturbo da evitamento/restrizione dell’assunzione di cibo, 
  • disturbo da alimentazione incontrollata
  • disturbo della nutrizione, con o senza specificazione

sono una serie di disturbi caratterizzati da un alterato rapporto con il cibo e nel modo di alimentarsi. 

Definizione secondo il manuale diagnostico dei disturbi psichiatrici (DSM-5)

Tali disturbi sono caratterizzati da persistenti e ripetuti comportamenti che riguardano l’alimentazione determinando un alterato consumo o assorbimento di cibo che danneggiano considerevolmente la salute fisica e/o il funzionamento psicosociale dell’individuo.

Secondo la Società Italiana per lo Studio dei Disturbi del Comportamento Alimentare (SISDCA), i disturbi del comportamento alimentare colpiscono ogni anno circa 8.500 persone e nel 90% dei casi si presentano prima dei 25 anni.

Oltre a quelli sopracitati, esiste un altro fenomeno che sta prendendo piede negli ultimi anni e di cui stanno lanciando l’allarme medici e nutrizionisti: la DIABULIMIA. 

Questo temine è nato dalla crasi di altre due parole ovvero diabete e bulimia.

 Nella diabulimia i pazienti diabetici, dopo aver scoperto che l’insulina è un ormone anabolico, che stimola quindi la crescita di qualsiasi tessuto, adipe compreso, ne riescono a gestire le dosi inducendo una condizione di catabolismo che ha come esito ultimo quello di ridurre la massa corporea. 

Le conseguenze del sotto dosaggio volontario di insulina in un paziente affetto da diabete tipo 1 sono quelle che conseguono ad una condizione di chetoacidosi.  

A lungo termine, questa condizione può portare a complicanze tipiche del diabete mal compensato quali peggioramento della funzionalità renale, neuropatie, retinopatie, cardiopatie, osteoporosi e morte improvvisa.

Nei paragrafi che seguono cercheremo di analizzare e spiegare la nascita e l’evoluzione di questo disturbo e i trattamenti che possono essere messi in atto per curarlo.

Sintomi e criteri diagnostici

La Diabulimia è stata diagnosticata per la prima volta nel 2009 in America, e tutt’ora coinvolge il 40% delle giovani donne affette da diabete di tipo 1. Negli ultimi anni si sta diffondendo anche in Italia. 

È una condizione caratterizzata da rapida diminuzione di peso, sporadici pattern di comportamento alimentare, ossessione circa la forma e il peso del corpo, letargia, livelli anormali e eccessivamente alti di glucosio nel sangue, odore di chetone nel fiato e nelle urine. 

La diabulimia è considerata un particolare tipo di disturbo ossessivo-compulsivo/ansioso. Alcuni studi hanno dimostrato che le donne con diabete di tipo 1 hanno maggiori probabilità di sviluppare un disturbo alimentare rispetto a quelle non affette da diabete. 

Il sintomo più significativo ed evidente è la perdita di peso ma altri segni e sintomi di diabulimia includono:

  • Carenza cronica di insulina con iperglicemia,
  • Chetonuria ed episodi ricorrenti di chetoacidosi diabetica
  • Arresto o ritardo della crescita negli adolescenti
  • Aumento della percentuale di livelli di emoglobina
  • Polidipsia (sete eccessiva)
  • Polifagia (aumento della fame), che può causare abbuffate
  • Poliuria (minzione frequente)
  • Scarso controllo metabolico (controllo glicemico)
  • Rapida perdita di peso
  • Episodi ricorrenti di ipoglicemia

Da un punto di vista medico, la Diabulimia può presentarsi in un paziente con diabete di tipo 1 ovvero condizione patologica in cui il pancreas non è in grado di produrre insulina a causa della distruzione delle beta-cellule che sono atte alla produzione di questo ormone. 

Nel soggetto si rilevano elevati livelli di glucosio nel sangue, necessità di urinare spesso, vista offuscata ed affaticamento costante. I pazienti che riescono a governare i propri livelli di insulina riescono a gestire il proprio peso corporeo.

Da un punto di vista comportamentale, il paziente che soffre di diabulimia è restio a mangiare in presenza di altre persone, anche appartenenti allo stesso nucleo familiare. Tende a mettere in atto condotte volte alla gestione dell’alimentazione, ricorre ad abbuffate e rituali intorno al cibo selezionando minuziosamente gli alimenti e calcolandone l’impatto calorico.

 Queste persone esprimono sentimenti negativi riguardo la propria immagine corporea e mostrano segni di depressione ed isolamento sociale. 

I comportamenti che potrebbero indicare che un individuo è alle prese con diabulimia includono: 

  • umore depresso o ansioso,
  • deterioramento delle prestazioni accademiche e/o lavorative,
  • noncuranza nel rispettare gli appuntamenti medici, accaparramento o occultamento del cibo,
  • rifiuto di mangiare con altre persone,
  • comportamenti bizzarri e segreti durante i pasti,
  • eccessivo esercizio fisico,
  • auto somministrazione non adeguata di insulina,
  • isolamento o ritiro sociale, sintomi ossessivo-compulsivi e comportamenti autolesionisti.

Le cause

La diabulimia, in Italia, è un fenomeno in preoccupante crescita. Non esiste una causa specifica ma gli ultimi dati riferiscono che le donne prevalentemente colpite sono quelle dai 15 ai 30 anni affette da diabete di tipo 1 e con tratti di personalità perfezionistico e/o impulsivo.

Queste persone sembrano infatti più a rischio di soffrire di disturbi del comportamento alimentare.

Non c’è una spiegazione concorde riguardante l’origine della diabulimia.

Ma è ormai unanime l’ipotesi che una serie di fattori individuali, familiari e socioculturali possono aumentare il rischio di sviluppare un disturbo del comportamento alimentare.

Gli esperti suggeriscono che si può rimanere intrappolati in sentimenti attinenti al cibo, il mangiare e l’immagine corporea. Poiché il diabete induce i malati a concentrarsi sull’assunzione di cibo.

Diverse evidenze empiriche suggeriscono di verificare sempre che in una giovane paziente affetta da diabete di tipo I non compaiano disturbi del comportamento alimentare.

L’accettazione della patologia cronica, che ha un forte impatto sulla vita, è difficile e varia a seconda dell’età e le caratteristiche psicologiche. 

In alcune bulimiche può infatti mancare la consapevolezza della malattia tendendo a minimizzare i seri rischi sulla salute della manipolazione insulinica.

Il medico, in caso di diabete, da delle indicazioni alimentari che vengono estremizzate innescando nel paziente estreme restrizioni alimentari, perdita di controllo con abbuffate cui consegue un comportamento di autocompensazione. In questo modo si da il via ad un circolo vizioso dal quale è difficile uscire.

Oltre a queste attività è possibile svolgerne tantissime altre. Poco dopo aver iniziato a lavorare come psicologa alimentare sono entrata in contatto con varie nutrizioniste. A volte la collaborazione non è stata facile, ma tra prove ed errori sono riuscita a stabilire una metodologia di lavoro che mi ha portato a viluppare molte più idee.

Molte nutrizioniste avevano bisogno di aiuto con pazienti “difficili” e io avevo bisogno di aiuto con i pazienti che richiedevano espressamente una dieta. 

Come già saprete noi psicologi non possiamo prescrivere diete. Il nostro lavoro consiste nella gestione della parte emozionale e comportamentale legata all’alimentazione.

Quindi, tra le altre attività che può svolgere uno psicologo specializzato nel comportamento alimentare:

Decorso

Lo scarso controllo metabolico può provocare complicanze acute come ipoglicemia o iperglicemia. Quest’ultima provoca un calo ponderale, disidratazione e diselettrolitemia (o iperidratazione). Le persone affette da diabulimia vanno incontro a complicanze croniche: chetoacidosi con progressivo peggioramento della funzionalità renale, neuropatia grave con pericolo di cecità, cardiopatia, osteoporosi con incremento delle fatture ossee. La diabulimia è un disturbo che mette a serio rischio la vita di un individuo che può portare a morte improvvisa. 

Conseguenze della “diabulimia” in pazienti affetti da diabete mellito di tipo 1.

Fattori di rischio della diabulimia

I risultati di alcuni studi longitudinali sulla popolazione generale hanno identificato alcuni fattori di rischio per lo sviluppo dei disturbi alimentari.

Essi comprendono:

  • essere di sesso femminile,
  • comportamenti alimentari restrittivi,
  • aumento di peso e sovrappeso,
  • fascia di età puberale,
  • scarsa autostima,
  • difficile funzionamento familiare,
  • atteggiamenti alimentari disturbati nei familiari,
  • influenza dei pari e della cultura,
  • e una gamma di tratti di personalità (Leon et al., 1993).

Sono state inoltre accumulate varie prove a sostegno del fatto che vivere con il diabete di tipo 1 sia un fattore di rischio per lo sviluppo di comportamenti alimentari disfunzionali (Nielsen S., 2002).

Le donne diabetiche giovani sembrano essere maggiorente vulnerabili rispetto agli uomini diabetici.

Il principale predittore dell’insorgenza dei disturbi alimentari sembra essere un regime alimentare ristretto e il ricorso a diete.

Entrambi potrebbero essere un fattore di rischio per i disturbi del comportamento alimentare o il primo stadio della sua manifestazione clinica.

Benché non tutte le persone che stanno a dieta, sviluppano un disturbo del comportamento alimentare, sembra essere quindi il primo passo per le persone a rischio per sviluppare un disturbo alimentare.

Il diabete per essere ben compensato, oltre alle dosi farmacologiche, deve essere gestito tramite un’alimentazione controllata.

L’alimentazione deve essere focalizzata sulle assunzioni di cibo e limitazioni di alcuni alimenti.

Questo sarebbe un ulteriore fattore di rischio che potrebbe sfociare in una disregolazione alimentare con episodi di iper o ipoalimentazione e binge eating.

I soggetti vulnerabili possono quindi intensificare gli sforzi di controllare l’assunzione di cibo e il peso, e finire intrappolati nel circolo di diete, abbuffate e comportamenti compensatori di controllo del peso (Colton et al., 2009).

Le moderne terapie per la gestione del diabete consentono ai pazienti di adottare un’alimentazione più adattabile alle esigenze quotidiane. Ma il calcolo delle dosi di carboidrati resta tutt’ora un fattore da non trascurare per poter compensare con la giusta dose di insulina.

Il paziente diabetico deve prestare particolare attenzione alla quantità e qualità di cibo da consumare durante la giornata. Pianificare le proprie attività fisiche e annotare con metodologia i livelli di glicemia nel sangue.

Schema ipotetico della patogenesi delle alterazioni del comportamento alimentare nei pazienti con diabete mellito tipo 1 (fonte immagine: Disturbi del comportamento alimentare nel diabete, Edoardo Mannucci)


La pianificazione dei pasti dei diabetici è più flessibile di quella di molte diete dimagranti. Ma aumenta il focus sul cibo e le calorie, suggerendo la limitazione di alcune tipologie di alimenti, e questo può essere vissuto come una restrizione (Colton et al. 2009).

Come sostenuto precedentemente in alcuni pazienti tutto questo eccessivo controllo non equivale a sviluppare un disturbo del comportamento alimentari. Ma per i soggetti più inclini può dare il via ad un’attenzione ossessiva per ciò che concerne la forma fisica. 

Le adolescenti diabetiche sono i soggetti più a rischio a sviluppare la diabulimia. Le linee guida stabiliscono pertanto di prestare particolare attenzione a queste categorie a rischio.

Patologie associate

Binge eating, Bulimia e Anoressia sono disturbi del comportamento alimentare più frequenti in concomitanza al diabete di tipo 1

Il Binge eating è caratterizzato da abbuffate (binge) compulsive ovvero un consumo spropositato e incontrollato di grosse quantità di cibo. 

La persona che soffre di questo disturbo preferisce consumare i pasti in solitaria per evitare l’imbarazzo di essere vista da altre persone durante le sue abbuffate. 

  • Consuma cibo con un ritmo velocissimo,
  • mangia anche quando è sazio e non ha fame,
  • continua ad ingurgitare cibi anche quando si sente la pancia piena e lo stomaco gonfio.
  • La persona affetta da Binge eating è spesso depressa e disgustata da sé stessa dopo essersi abbuffata provando dei sentimenti di colpa.

I criteri per diagnosticare il Binge eating sono:

  • presenza di episodi di “binge” (abbuffata) almeno una volta alla settimana per tre mesi.
  • Durante tali episodi, devono verificarsi almeno tre o più dei comportamenti sopra descritti.
  • Le cause che portano un individuo a sviluppare un Binge eating possono essere molteplici che possono aver a che fare con la personalità, il vissuto e all’ambiente in cui è immersa la persona.

Gli adolescenti sono i soggetti più sensibili in quanto possono sentirsi indesiderati, avere una bassa autostima, provare insoddisfazione per la propria immagine corporea. L’ansia per la malattia cronica di cui soffre o il voler rompere la rigidità delle regole imposte e percepite come insostenibili. La sensazione di essere soli ed incompresi, gli scompensi ormonali, far uso di sostanze stupefacenti e consumare alcolici.

La bulimia nervosa è un disturbo del comportamento alimentare in aumento e abbastanza comune. Si rileva nel 27% dei pazienti con diabete. La fascia di età più a rischio è quella adolescenziale ma può svilupparsi anche in età adulta.

  • La bulimia nervosa è caratterizzata da episodi di abbuffata.
  • In questi episodi la persona consuma in un determinato lasso di tempo una quantità di cibo spropositata.
  • Durante l’abbuffata la persona ha la sensazione di perdere il controllo.
  • Successivamente, si sente in colpa e mette in atto dei comportamenti compensatori.

Per effettuare la diagnosi di bulimia le abbuffate e le condotte compensatorie si devono verificare entrambe almeno una volta a settimana per 3 mesi.


Di norma, le persone bulimiche hanno un peso nella norma o sono in sovrappeso. Quando non si abbuffano, contano le calorie degli alimenti, preferendo quelli più dietetici o quelli che ritengono con minor apporto calorico. Nelle ragazze bulimiche si può riscontrare alterazione o irregolarità del ciclo mestruale o amenorrea.

Disturbi dell’immagine corporea, bassa autostima, depressione e disturbi di ansia si associano spesso alla bulimia nervosa. 

Si associa inoltre un’ansia per la gestione del diabete e che questo possa compromettere i rapporti sociali e la paura di non essere accettati dai coetanei.

Alcune ricerche hanno dimostrato come il diabete di tipo 1 è associato all’ Anoressia Nervosa

L’anoressia nervosa è caratterizzata da estrema restrizione nell’assunzione di calorie in relazione alle necessità, che porta a un peso corporeo significativamente basso in base all’ età, sesso, traiettoria di sviluppo e salute fisica.

  • Nell’anoressia nervosa si sperimenta un’intensa paura di aumentare di peso o di diventare grassi.
  • L’individuo ha un’alterata visione di sé stesso, del suo peso e della sua forma fisica,
  • ha una bassa autostima e sottostima la gravità della sua condizione.
  • I pazienti diabetici rivolgono un elevato interesse sul conteggio dei carboidrati per gestire la patologia,
  • spesso incorrono nella “fobia dei carboidrati” caratterizzata dall’intenso timore di ingrassare anche quando si è sottopeso (criterio diagnostico per diagnosi di anoressia).
  • Questi pazienti possono inoltre rifiutarsi di mangiare dopo aver somministrato l’insulina,
  • falsificare il diario glicemico e confondere i medici diabetologici sui farmaci da somministrare.

Danni fisici

La Diabulimia è una grave condizione di salute che può portare a una serie di complicanze, tra cui carenza di insulina, chetonuria, chetoacidosi diabetica e iperglicemia. 

Nel tempo, l’iperglicemia persistente può portare al danno di piccoli vasi e danni alle cellule nervose, in particolare ai nervi periferici. 

All’estremo, le complicazioni possono includere: Danni al cuore, al rene, alla retina dell’occhio, ai nervi periferici che possono colpire tutti i pazienti con diabete di tipo 1 ma con quelli che soffrono di diabulimia il rischio di queste complicanze aumenta copiosamente presentandosi precocemente e in modo molto più intenso. 

Un’altra statistica spaventosa è che la diabulimia è associata ad elevato rischio di mortalità rispetto a una diagnosi di diabete di tipo 1 da solo o a una diagnosi di sola anoressia nervosa. 

Ciò riflette l’importanza di una diagnosi precoce e di un trattamento appropriato ed efficiente.

Trattamento

La diabulimia può comportare dei gravi rischi per la vita dell’individuo. Pertanto è necessario un intervento precoce ed un trattamento con un approccio multidisciplinare in cui collaborino varie figure professionali.

Il team multidisciplinare sarà composto, ad esempio, da:

  • medico,
  • nutrizionista,
  • psicologo e/o psicoterapeuta,
  • infermieri
  • psichiatra.

A causa dell’elevato rischio di complicanze mediche e psichiatriche ma soprattutto di mortalità, il paziente che ha ricevuto la diagnosi di diabulimia, potrebbe essere ricoverato in ospedale per facilitare la somministrazione delle giuste dosi farmacologiche. 

Quando si attua un trattamento per la diabulimia, infatti, è importante considerare il livello di assistenza che sarà necessario per il recupero, il tipo di impostazione e l’approccio terapeutico più adatto al paziente.

Date le notevoli implicazioni psicologiche ed il carico emotivo che il paziente si porta dietro, è necessario intraprendere un percorso psicoterapeutico. 

La scelta della psicoterapia più appropriata è anche legata alle caratteristiche di personalità della persona che soffre di diabulimia. La psicoterapia preferenziale per questi pazienti sembra essere la stessa utilizzata per trattare i disturbi del comportamento alimentare. 

Le tecniche utilizzate dalla psicoterapia cognitivo comportamentale sono molto utili per aiutare il paziente ad apprendere nuovi modi di pensare sé stessi e la propria immagine corporea. 

Alcune tecniche di psicoeducazione e di mindful eating inoltre sembrano produrre benefici nel trattamento di questi pazienti.

Altri tipi di psicoterapia ad indirizzo psicoanalitico possono sostenere il paziente nell’accettazione della malattia e cosa essa rappresenta. Sedute individuali e famigliari possono aiutare ad aumentare la consapevolezza di sé stessi e rafforzare il legame tra i membri della famiglia comprendendo in che modo il sintomo è portavoce di un malessere personale e del sistema famigliare.

Micaela Pelle

Dott.ssa Micaela Pelle

Psicologa Mi occupo di sostegno psicologico, promozione del benessere e prevenzione di comportamenti a rischio, di psiconcologia (sono socia della società italiana di psiconcologia). Mi occupo inoltre di sordità e collaboro anche con altri enti per la progettazione e realizzazione di progetti che hanno l’obiettivo di integrare le persone sorde nella comunità.